INTRODUZIONE
Il filo che collega i Pamphlet rivoluzionari di inizio ‘900, le riviste hippy degli anni ‘70, Radio Alice, l’attivismo grafico degli anni ‘80 e ‘90, le reti olandesi “Digital City” e “Hoeksteen Live”, i blog, le web-radio private, il movimento “Reclaim the streets”, la musica indie, l’open source e il Web 2.0 è un filo tanto sottile da essere spesso dimenticato, anche se sempre presente nell’underground culturale occidentale.
Questo filo potrebbe essere chiamato “Auto-produzione”.
Non è solo una questione di mezzi economici, è una questione che arriva più in profondità, in quella parte del nostro cervello che decide, che pensa, che critica e che spinge per uscire a riappropriarsi di quegli spazi, reali o virtuali, che qualcuno ci ha tolto.
Non è nemmeno un processo nuovo, appena nato. È piuttosto un movimento iniziato quando l’arte ha smesso d essere un mezzo mistico dei sacerdoti e che oggi, grazie alla velocità delle comunicazioni e ai costi(relativamente)bassi dei mezzi di produzione e di trasmissione, ha subito un’accelerazione esponenziale.
Da un lato questo ha permesso alla gente di “liberarsi” dai canoni e dai formati ufficiali dell’arte o della politica e di mettersi in prima linea, bypassando in ogni modo possibile gli ostacoli economici e sfidando spesso anche la legalità per portare a galla storie o idee scomode(e penso alle campagne di culture jamming o di design pubblico), facendo crollare definitivamente il muro tra autore e fruitore. Dall’altro lato ha messo però in luce anche gli aspetti più torbidi dell’animo umano, ha dimostrato che la generazione di cui faccio parte è sostanzialmente una generazioni di guardoni, di voyeur. Ed ecco quindi spiegato la recente esplosione di cyber-bullismo, i video di ragazzi ubriachi ai 220 in autostrada di notte e, non certo da ultimo, la pornografia home-made.
Oggi ci troviamo a dover affrontare una battaglia per la mente, una “campagna di ecologia mentale” come dice K. Lasn. Ci troviamo a dover insegnare alla gente a pensare, a far capire alle persone che conoscere tutto questo significa essere in grado di compiere una scelta. Bisogna far capire che chiunque deve poter esprimere la propria idea e le proprie ragioni, a prescindere da grado di istruzione, sesso, religione, età o estrazione economica. Al tempo stesso bisogna capire dove sta il confine tra auto-produzione e perversione, tra espressione ed esibizionismo. Bisogna capire se un’autoregolamentazione è possibile per chiunque o se ancora dobbiamo essere educati a un uso critico di questi strumenti.
Il problema più pressante in quest’ottica è: chi ci educherà?
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